In Emilia-Romagna il territorio coperto da boschi è minore rispetto al resto dell’Italia, e quasi assente in pianura. Ma il verde urbano è una risorsa preziosa per la salute delle persone e dell’ambiente.


Il 21 novembre è la Giornata nazionale dell’albero: una ricorrenza nata nel 2013 per portare l’attenzione su un patrimonio naturale, quello arboreo, importante per garantire la salute dell’ambiente e degli esseri umani.

Infatti, il ruolo degli alberi nel migliorare la qualità dell’aria e mitigare gli effetti del cambiamento climatico è noto: durante il processo di fotosintesi, gli alberi assorbono anidride carbonica (CO2) dall’aria e la immagazzinano nelle loro cellule. Piantare alberi e ripristinare le foreste è considerato uno dei modi più semplici ed economici per creare i cosiddetti carbon sink, cioè i serbatoi naturali per catturare l’anidride carbonica in eccesso prodotta dalle attività umane, tra le principali cause dell’attuale riscaldamento globale.

Ma non tutte le foreste sono efficaci allo stesso modo: la capacità di assorbire e stoccare carbonio aumenta con il ciclo di vita degli alberi. Una foresta antica, con alberi di alto fusto, radici profonde e un sottobosco ricco di vita è un carbon sink molto più efficace di un bosco ceduo in cui gli alberi vengono tagliati o ripiantati a intervalli di pochi anni.

Per questo motivo, la distruzione delle foreste, soprattutto quelle antiche, ha un impatto ambientale duplice: oltre a ridurre i serbatoi naturali di anidride carbonica già esistenti, è a sua volta causa di emissioni. Secondo l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, la distruzione delle foreste «contribuisce all’emissione di gas-serra in atmosfera per circa 6 miliardi di tonnellate di CO2, quasi un quinto delle emissioni globali, una quota maggiore di quella prodotta da tutti i camion, le automobili, le navi e gli aeroplani del mondo messi insieme».

 

Come stanno le nostre foreste

In Italia, negli ultimi decenni la percentuale di territorio coperto da foreste è aumentata: secondo gli inventari forestali condotti dall’ex Corpo Forestale dello Stato, dal 1985 al 2015 la superficie italiana coperta da boschi è aumentata del 28%, passando da circa 8,6 milioni di ettari a più di 11 milioni di ettari.

Oggi i boschi coprono circa il 38% del territorio nazionale: una percentuale superiore alla media mondiale (31%) e anche alla media di paesi europei tradizionalmente forestali come Germania e Svizzera (che si assestano entrambe al 31%).

Anche in Emilia-Romagna i boschi sono aumentati: secondo il Piano forestale regionale 2014-2020, nella regione circa 543 mila ettari sono coperti di boschi (611 mila ettari considerando anche arbusteti, castagneti da frutto, pioppeti e arboricoltura da legno), che equivalgono al 25% del territorio.

Le cause di questo aumento, però, sono un potenziale fattore di rischio per i nuovi boschi: l’avanzamento degli alberi è spesso dovuto allo spopolamento delle aree più interne del paese e alla migrazione verso le città. Ciò ha portato anche a un progressivo abbandono delle attività di gestione dei boschi, che potrebbe ridurre la resilienza di queste aree agli eventi estremi – come piogge eccezionali e incendi – resi sempre più frequenti dai cambiamenti climatici.

I boschi dell’Emilia-Romagna, antichi e nuovi, si concentrano sulle aree appenniniche e collinari. A valle della via Emilia, nella parte pianeggiante della regione, appena il 3% del territorio è coperto da foreste.

 

Fonte: Regione Emilia-Romagna

 

Il paesaggio di queste aree, come in gran parte della Pianura padana, è una monotona distesa di terreni agricoli, insediamenti diffusi e aree industriali largamente cementificate, in cui prati e boschi sono sostanzialmente scomparsi (con l’eccezione di qualche piantagione monocolturale per la produzione di biomassa).

Tra gli obiettivi principali del già citato Piano forestale regionale c’è proprio l’ampiamento dei boschi di pianura, con un occhio di riguardo per il verde urbano. In queste aree, si legge nel Piano, va incentivata «la piantumazione di alberi e arbusti, dando priorità alle specie con più potere recettivo verso gli inquinanti, sia nelle aree pubbliche che nelle aree private». Ciò aiuterebbe a «migliorare la qualità dell’aria, il benessere psicofisico delle persone, il paesaggio e rafforzare i corridoi ecologici adiacenti».

È in questo panorama che si inserisce Mettiamo radici per il futuro, un nuovo progetto della regione Emilia-Romagna: l’obiettivo è piantare quattro milioni e mezzo di alberi, uno per ogni abitante della regione, nel corso di 5 anni. Alberi da piantare soprattutto in pianura e vicino alle aree urbane, per creare delle “infrastrutture verdi” che accompagnino quelle tradizionali.

La prima azione del progetto sarà della Regione, che a partire dal 2020 intende piantare 500 mila alberi nelle aree urbane e periurbane – il che ne aumenterebbe del 20% la dotazione arborea. Ma nelle fasi successive l’obiettivo è coinvolgere cittadini e imprese, mettendo a disposizione piantine gratuite presso vivai convenzionati, in modo da rendere capillare e partecipata l’azione di rimboschimento.

Assieme alle piante, e forse in modo ancora più cruciale, il progetto fornisce indicazioni scientifiche e tecniche per valutare quali alberi piantare e dove: un albero piantato senza considerare le caratteristiche del terreno, la posizione rispetto agli edifici e la biodiversità locale infatti rischia di causare più danni che effetti positivi.

Alberi bolognesi: il bilancio arboreo del comune

Nel suo insieme, il Comune di Bologna ha circa 120mila alberi censiti che fanno parte del suo patrimonio arboreo, e che rientrano dunque nel Bilancio arboreo, un documento e uno strumento di monitoraggio e pianificazione del verde urbano che è disponibile da più di 15 anni.

Dei circa 120mila esemplari censiti, quasi 83mila sono esemplari individuali che si trovano all’interno del territorio abitato ed edificato della città, con tanto di specifico codice numerico, mentre gli altri rientrano in formazioni forestali o macchie di bosco che si trovano nei parchi urbani, nei boschi o nelle aree verdi estensive attorno alla città, come i parchi collinari e i percorsi lungo i fiumi. C’è un ricambio considerato fisiologico di alberi, che comporta piccole oscillazioni di questi numeri. Per esempio, ogni anno circa 3 alberi ogni 100 devono essere abbattuti per ragioni di sicurezza pubblica. Ci sono poi situazioni eccezionali, come la nevicata del febbraio 2015, che ha schiantato e reso poi necessario l’abbattimento di diverse centinaia di piante. E così nel 2016, gli alberi presenti in zona urbana erano scesi a 79mila circa. Da allora, ne sono stati piantati circa 4000, secondo gli ultimi dati disponibili che risalgono al 2019.

L’importanza di piantare gli alberi giusti nelle aree urbane è al centro anche di LIFE CLIVUT (un acronimo per CLImate Value of Urban Trees), un progetto finanziato dal programma LIFE dell’Unione Europea e coordinato dall’Università di Perugia. A Bologna, LIFE CLIVUT sta sperimentando una strategia innovativa di gestione del verde urbano, che tenga conto dell’impatto positivo di alcune specie di alberi per la mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici e – quindi – per il benessere dei cittadini.

Nell’ambito delle attività del progetto, il 12 novembre 2020 il Comune di Bologna ha piantato 100 alberi e arbusti nel Parco dei Giardini della Cà Bura, dando vita al primo Giardino Fenologico della città, cioè uno spazio in cui vengono piantate specie vegetali che reagiscono in modo particolare alle variazioni nell’ambiente e nel clima, per esempio ritardando o anticipando la fioritura. Queste caratteristiche le rendono ideali per monitorare gli effetti dei cambiamenti climatici e i modi in cui le piante vi si adattano. Altri due Giardini Fenologici saranno piantati nei parchi urbani Nicholas Green e Villa Ghigi.

 

Il Giardino Fenologico nel Parco dei Giardini della Cà Bura. Fonte: LIFE CLIVUT

 

Secondo la FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), le foreste urbane, formate delle alberature stradali, le piante in parchi e giardini ma anche quelle in aree abbandonate, sono «una sorta di colonna vertebrale delle infrastrutture verdi, che collega aree rurali ed urbane migliorando l’impronta ambientale di una città».

Il verde urbano non rende solo più gradevole il paesaggio cittadino: rende le città più vivibili e resilienti ai cambiamenti climatici e alle piogge, crea luoghi di aggregazione e aumenta il benessere psico-fisico dei cittadini. E dà a tutti la possibilità di entrare in contatto con piccoli e preziosi ecosistemi cittadini.

 

Anna Violato – formicablu

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