La nostra attenzione in questo momento è comprensibilmente focalizzata sulla emergenza Covid 19. Tuttavia, mentre la pandemia tra un anno sarà verosimilmente superata, altre due emergenze, ben più profonde e strutturali, stanno “maturando” già da parecchio tempo: quella climatica e quella democratica.


Il clima, infatti, continua a deteriorarsi con ripercussioni gravissime visibili già oggi. Nel frattempo la democrazia rappresentativa basata sui principi liberali continua a arretrare di fronte alle svolte populiste e autocratiche, perfino in Europa (Polonia, Ungheria, Bielorussia, Turchia…) gli eventi del 6 gennaio a Washington sono emblematici in tal senso.

Lo studioso francese Marcel Gauchet avverte che “i regimi democratici nati dal dopoguerra se vogliono sopravvivere debbono cambiare”. Benché entrambi questi processi siano evidenti da tempo, non si vedono risposte adeguate ad affrontarli nemmeno lontanamente comparabili a quelli messi in campo nell’ultimo anno per arrestare l’epidemia.

Le Citizens’ Assemblies offrono una risposta incisiva ad entrambe queste sfide secondo una ricetta che si collega al significato originario di democrazia, riportando i cittadini al centro delle decisioni.

Foto di Margherita Caprilli

Per sgombrare il campo dall’equivoco, diciamo subito che le Citizens’ Assemblies non sono assemblee. Per comprendere di cosa si tratti, possiamo utilizzare la “ricetta francese”, che è questa: prendete 150 cittadini, sorteggiati in modo da costituire uno spaccato fedele della società; riuniteli per 7 sessioni di tre giorni ciascuna (fra ottobre 2020 e giugno 2021) con un mandato chiaro: definire le misure  che consentano di ridurre le emissioni climalteranti di almeno il 40% entro il 2030 (rispetto al 1990) secondo uno spirito di giustizia sociale; mettete questi cittadini nelle condizioni di disporre di tutte le informazioni e conoscenze necessarie (anche grazie alla disponibilità di un ‘gruppo d’appoggio’ formato da esperti in una varietà di discipline) e di parlarne estesamente tra loro in un clima di dialogo, anche grazie all’assistenza di facilitatori professionisti; infine, aggiungete un comitato di garanti che assicuri la neutralità e la credibilità del percorso in tutte le sue fasi. Il processo è gestito da una comitato di governance formato da rappresentanti del mondo ambientalista, esperti in campo scientifico, economico e sociale nonché esperti di processi partecipativi. Costo: circa 5,5 milioni di euro.

Foto di Margherita Caprilli

Il risultato è la Convention pour le Climat, voluto dal Governo  francese, che si è impegnato a rispondere pubblicamente alle proposte emerse dalla Convention  indicando anche la tempistica di attuazione delle stesse; in seguito a ciò, i cittadini avranno la possibilità di formulare le proprie reazioni alle risposte del Governo; alcune delle proposte saranno discusse dal Parlamento, altre portate a referendum, altre ancora attuate direttamente. Un processo dunque non consultivo, ma in cui la voce dei cittadini comuni conta davvero secondo precise garanzie e impegni.

Il caso francese è stato riportato sinteticamente sia perché è fra i più recenti e i più significativi per i suoi effetti potenziali, ma anche perché si tratta di un processo di scala nazionale, sfatando la consolidata opinione che la partecipazione possa svolgersi solo a livello locale.

La Convention francese costituisce una innovazione democratica, ispirata a un modello che viene messo in pratica già da tempo in molti Paesi. L’esempio della prima Citizens’ Assembly – che ebbe il compito di rivedere il sistema elettorale della Provincia canadese della British Columbia nel 2003 – è stato ripreso da altri paesi: nella riforma della Costituzione in Islanda nel 2011 e nella Repubblica d’Irlanda a partire dal 2015, nella riflessione sulle politiche di contrasto al cambiamento climatico a livello nazionale in Francia nel 2020 (in Spagna una CA sul clima è prevista nel 2021) e a livello locale in Gran Bretagna, Polonia, Stati Uniti, Australia e altrove. Ancora più avanzato il caso della Regione Ost-Belgie che ha recentemente creato una seconda camera con compiti legislativi (non una tantum dunque, ma permanente) formata da cittadini estratti a sorte (a chi pensa che l’Italia sia ‘diversa’ e che innovazioni democratiche come questa nel nostro Paese siano impraticabili segnalo che qualche processo di questo tipo si è già svolto anche qui, ad esempio grazie alla legge 69/07 della Regione Toscana).

Le Assemblee di Cittadine e Cittadini sono uno dei “formati” di maggior successo (ma non l’unico) in cui si è concretizzata una forma di partecipazione nuova e decisamente diversa da quelle cui siamo tradizionalmente abituati: la “partecipazione deliberativa”. Questo tipo di processo presenta alcuni tratti distintivi rispetto alla partecipazione “tradizionale”, che in sintesi possono essere così sintetizzati.

Foto di Margherita Caprilli

Inclusione: tutte le voci della comunità debbono poter farsi sentire ed essere ascoltate. D’altra parte, tradurre in pratica questo principio s’imbatte in un ostacolo: non è possibile far partecipare tutti i cittadini, neppure in una comunità di dimensioni ridotte, specie se si vuole che tra di loro s’inneschi un dialogo. Nel modello assembleare ‘tradizionale’ la partecipazione è aperta: chiunque sia interessato al tema può prendervi parte. È chiaro che seguendo questa modalità partecipano i cittadini ‘attivi’, interessati cioè alla cosa pubblica in generale oppure alla specifica decisione in gioco; in ogni caso, i partecipanti sono rappresentativi solo di se stessi, il che va a detrimento della legittimità del processo e del suo esito. Nella partecipazione deliberativa invece viene selezionato un campione casuale di cittadini che sia il più possibile rappresentativo della popolazione complessiva sotto il profilo socio-demografico (genere, età, area di residenza, ecc.). La rappresentatività del ‘minipubblico’, dunque, piuttosto che la rappresentanza, fornisce l’opinione informata che maturerebbe l’intera popolazione se avesse la possibilità di partecipare e costituisce il fondamento della legittimità del processo e del suo esito.

Il campionamento, si noti, assicura la diversità sia dei partecipanti non solo sotto il profilo socio-demografico, ma anche delle opinioni e delle preferenze riflettendo la complessità della società attuale..

Informazione: la partecipazione deliberativa mira a porre i cittadini nelle condizioni di pervenire a un’opinione ben informata in merito a questioni rilevanti di natura pubblica tramite l’accesso -in modo bilanciato- a informazioni fattuali, punti di vista, esperienze e idee; a questo fine i partecipanti dispongono di materiali informativi, ascoltano e pongono domande sia ad esperti nei campi rilevanti sia a esponenti dei gruppi d’interesse. Per quanto riguarda questi ultimi, va notato come l’eccessiva influenza di questi ultimi  sia una delle cause della crisi di credibilità delle istituzioni elettive; nella partecipazione deliberative  hanno la possibilità di presentare le proprie posizioni, ma non a influenzare indebitamente le celte collettive. Emerge chiaramente il valore aggiunto della partecipazione informata in un’epoca di ‘mezzi di distrazione di massa’ e di fake news, che spesso minano i presupposti stessi della democrazia.

Dialogo: l’interazione tra partecipanti é basata sul dialogo, ovvero un’interazione discorsiva in cui i partecipanti forniscono argomenti e ragioni a giustificazione delle proprie posizioni, che può chiarire differenze e incomprensioni, mettere in chiaro fatti, affrontare conflitti, elaborare dilemmi etici. Fra l’altro, il mero perseguimento degli interessi egoistici – alla radice delle difficoltà delle società di perseguire interessi più generali- viene  scoraggiato dal dover giustificare le proprie posizioni. Non è dunque una conversazione qualsiasi, o tanto meno un dibattito (letteralmente “battere completamente”); avviene invece in un contesto “strutturato”, utilizzando metodologie ad hoc che mirano a favorire un clima dialogico, in cui tutte le opinioni sono ascoltate e rispettate (‘ascolto attivo’).

Inoltre, si noti, è’ un dialogo, tra pari, incarnando così il principio di uguaglianza alla base della democrazia; la struttura all’interno della quale avviene l’interazione discorsiva mira, per quanto è possibile, a eliminare le asimmetrie che inevitabilmente contraddistinguono i partecipanti, ad esempio in termini di conoscenze e di capacità.

Deliberazione: l’acquisizione di informazioni e il dialogo con altri pari consentono ai partecipanti di deliberare (da libbra, bilancia), ovvero di soppesare (prima di decidere; la lingua italiana ha dimenticato questo significato)  attentamente sia i possibili corsi d’azione che le loro implicazioni, alla ricerca delle scelte collettivamente ‘migliori’ e più efficaci.

Consenso: dialogo e deliberazione efficaci portano alla comprensione delle questioni trattate, ma anche delle ragioni altrui, e potenzialmente all’individuazione di terreni comuni e di scelte condivise, la cui ricerca comunque non esclude quando necessario il ricorso a votazioni a maggioranza.

Influenza: la partecipazione deliberativa, per quanto democratica, non costituisce un esercizio fine a se stesso: mira a esercitare almeno un qualche grado di influenza sulle scelte. Le Amministrazioni che scelgono d attivare un’Assemblea di Cittadini debbono assumere un impegno chiaro in tal senso con i propri cittadini in generale, e con quelli che vi prendono parte in specifico. Per capire se e quanto i cittadini siano coinvolti in modo realmente significativo è utile ricorrere alla “scala della partecipazione” proposta oltre mezzo secolo fa dalla studiosa statunitense Sherry Arnstein. Come si vede nella figura sotto riportata, ciò che viene spacciato per partecipazione può in realtà essere una forma di manipolazione o di “terapia” contro proteste o conflitti. Talvolta, infatti, la partecipazione serve semplicemente a informare in merito a decisioni già prese, a consultare i cittadini laddove, però, le decisioni vengono assunte altrove, o a placare gli animi, svolgendo più che altro una funzione simbolica-rassicurativa. In questi casi, dunque, ai cittadini è data unicamente l’illusione di essere coinvolti. È solo negli ultimi tre gradini della scala che questi esercitano una qualche influenza sulle scelte: le decisioni vengono prese tra partners alla pari, o vengono anzi delegate ai cittadini o ancor, in una situazione di reale empowerment (in italiano non abbiamo la parola, sarà un caso?), sono i cittadini ad avere il potere di decidere. Il grado di effettiva influenza sulle decisioni significative per la vita della comunità è la cartina al tornasole della partecipazione.

Secondo il pensiero “realista” dominante, non solo fra le élites ma anche fra la gente comune, i cittadini sono incompetenti, manipolabili, irrazionali e disinteressati alla ‘politica’. La partecipazione deliberativa offre una risposta efficace e praticabile nella società contemporanea, a queste ‘classiche’ obiezioni: coinvolge attivamente i cittadini attraverso il campionamento, fornisce loro le conoscenze necessarie per riflettere insieme e formulare raccomandazioni informate, cerca di superare le divisioni aprioristiche e partigiane attraverso il dialogo e la ricerca del consenso condiviso, affronta la complessità della società contemporanea, motiva i cittadini a dare il proprio tempo e le proprie energie alla comunità grazie all’impegno preciso da parte dei governanti che le loro opinioni contano realmente.

Il cambiamento climatico è una sfida che non può essere vinta se non se ne affronta tutta la complessità, ovvero la pluralità di posizioni, preferenze e interessi che incorpora. Solo il coinvolgimento attivo dei cittadini può mobilitare l’intelligenza collettiva, il senso di appartenenza, il capitale sociale e la condivisione delle scelte, difficili e inevitabili, che ci aspettano.

Foto di Margherita Caprilli per La Repubblica

Task 2.1: Citizens analysis (statistic studies and social analysis) and storytelling

La Convention francese come accennato non è né il primo né l’unico esempio di Citizens’ Assembly. Qualcosa si muove anche in Italia; il Comune di Susa è il primo a introdurre la CA nel proprio Regolamento sulla partecipazione; un’analoga proposta è in discussione a Milano. Extinction Rebellion di Bologna chiede all’Amministrazione da oltre un anno di dar vita a una Assemblea dei Cittadini. Politici Per Caso (www.politicipercaso.it) sta promovendo una proposta di legge nazionale per l’introduzione delle Assemblee sul clima a tutti i livelli di governo, dal locale al nazionale. L’idea non è nuova neppure a Bologna: lo stesso Sindaco Merola aveva proposto la creazione di una assemblea di cittadini scelti a “campione pagati per dire la loro sulle scelte dell’amministrazione… prima che le decisioni vengano prese dal Consiglio” (la Repubblica Bologna 4.3.14).

E’ ora di dare seguito a quell’idea per affrontare urgentemente e in modo incisivo l’emergenza climatica e la crisi democratica, ovvero la crisi di fiducia che affligge molti Paesi, nostro compreso.

Per chi volesse approfondire: 

Di Rodolfo Lewanski – DSPS UniBo

 

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