Il riuso dei prodotti, per evitare che diventino rifiuti, è un metodo efficiente per evitare lo spreco di risorse, ma è ancora poco diffuso. Le esperienze sul territorio di Bologna

 

Prevenzione, preparazione al riuso, riciclo, recupero e smaltimento. È questa la gerarchia con cui, secondo le direttive dell’Unione Europea, tutti gli stati membri devono organizzare la gestione dei rifiuti. Insomma: i paesi europei, Italia compresa, dovrebbero promuovere prima di tutto filiere e iniziative per evitare la produzione di nuovi rifiuti, poi per preparare prodotti gettati (ma ancora in buono stato) a essere riutilizzati, cioè a ripararli o a fare in modo che arrivino, così come sono, in una nuova casa. 

Questo perché evitare che un prodotto diventi un rifiuto evita il consumo di nuove risorse e di energia, necessarie anche per la filiera del riciclo e del recupero dei materiali. È quindi un modo per rendere più efficiente l’uso delle risorse naturali e minimizzare il nostro impatto ambientale. E oltre ad essere oggetto di direttive europee, è anche un modello da tenere a mente per tutti noi, in modo da essere consumatori più consapevoli e adottare – o recuperare – alcune buone abitudini.

Infatti, se il riciclo dei rifiuti e il recupero delle materie prime sono ormai attività in cui c’è un impegno strutturato e costante, attraverso la collaborazione tra Comuni e consorzi, le iniziative per la prevenzione e il riuso sono ancora poche e localizzate. Certo, i mercatini dell’usato e i negozi specializzati – soprattutto nel campo dell’abbigliamento – sono diffusi in molte città, ma a mancare è una rete diffusa di servizio pubblico per il riuso, che abbia come obiettivi primi la riduzione dei rifiuti e dell’impatto ambientale dei cittadini.

Da un questionario dell’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) a cui hanno partecipato 345 Comuni italiani, che aveva l’obiettivo di analizzare le iniziative per la prevenzione dei rifiuti, emerge che solo nel 9% dei casi ci sono centri per il riuso con “apposite aree per la raccolta, da parte del comune, di beni riutilizzabili o da destinare al riutilizzo attraverso operatori professionali dell’usato autorizzati dagli enti locali e dalle aziende di igiene urbana”. Mercatini dell’usato e punti di scambio, invece, si trovano nel 24% dei Comuni che hanno risposto al questionario.

 

 

Second Life, il centro del riuso di Bologna

Bologna è uno dei comuni “fortunati”, in cui c’è un centro comunale dedicato al riuso, gratuito e accessibile a tutti gli abitanti: Second Life, l’area in Via Marco Emilio Lepido che negli ultimi anni ha aiutato a trovare una nuova casa a fino a 90 mila oggetti all’anno.

“Nel 2020 abbiamo avuto circa 76 mila oggetti consegnati e 75 mila oggetti ritirati, nonostante le chiusure dovute al COVID abbiano inciso sui mesi primaverili, che normalmente sono i mesi migliori” ci spiega Zeno Gobetti, che gestisce Second Life dal 2011, quando lo spazio ha aperto. “In primavera e in autunno si svuotano armadi e cantine, sono i mesi in cui lavoriamo di più, sia in ingresso che in uscita”.

Anche nel 2019 Second Life è rimasto chiuso per qualche mese, per lavori importanti di ristrutturazione che hanno permesso di ampliare lo spazio a disposizione e di creare due zone separate, per il conferimento e per il ritiro degli oggetti. Il 2018, quindi, è l’anno da considerare per i dati del servizio “a regime” di Second Life.


Il funzionamento di Second Life è molto semplice: chiunque abbia oggetti in buono stato che non usa più (vestiti, elettrodomestici, libri, ma anche pentole e stoviglie) può portarli al centro, dove gli operatori di Second Life valutano se accettarli o meno. “Non facciamo una valutazione di valore di mercato, ma di quanto quell’oggetto può essere utile per i nostri utenti”, spiega Gobetti. “La domanda di certe categorie di oggetti è sempre molto forte. Il 40% circa degli oggetti che trattiamo sono indumenti e accessori, ma negli ultimi anni abbiamo visto un forte incremento di stoviglie, piatti e pentole. Anche i libri sono aumentati. Il poco spazio che abbiamo a disposizione non ci permette di accettare molti mobili, ma la richiesta ci sarebbe”. Alcuni, prima di portare qualcosa al centro, si mettono in contatto con gli operatori sui social o con una telefonata, per capire se c’è spazio per i loro oggetti a Second Life.

Ritirare un oggetto è altrettanto facile: i visitatori possono fare un giro dell’area e poi comunicare agli operatori quale oggetto vogliono ritirare. In questo periodo, però, per visitare il centro è obbligatorio prenotare al telefono.

“Nel corso della vita di Second Life l’utenza che frequenta il centro è cambiata, oltre a essere aumentata”, racconta ancora Zeno Gobetti. “All’inizio c’erano molte persone incuriosite, che venivano a scegliere qualche oggetto particolare. Poi nel tempo il servizio è diventato più conosciuto e ha raggiunto anche le comunità di cittadini stranieri, così ci siamo dotati di materiali informativi e regolamenti in diverse lingue”.

Chi sono gli utenti che tornano più spesso? “Ci sono anche appassionati di vintage, persone che cercano vestiti di scena. C’è un po’ di tutto”.

 


La cultura del riuso

L’informazione e i dati sull’importanza del riuso per abbattere il nostro impatto ambientale, però, secondo Zeno Gobetti non sono sufficienti perché la cultura del riuso si diffonda. “Qualche anno fa siamo partiti con i Second Life Lab, attività con bambini e ragazzi per educare alla cultura dello scambio e del dono, per promuovere comportamenti diversi”, racconta. “Abbiamo visto che i bambini sono molto permeabili a questo approccio. Per gli adolescenti e gli adulti, invece, il concetto di gratuità è considerato una bazza: l’idea dell’importanza di possedere un oggetto rimane molto forte”.

Parte dall’idea della cultura della condivisione – e non del possesso – anche il progetto di Leila, la biblioteca degli oggetti di Bologna. Dal trapano al tiralatte, Leila mette a disposizione della comunità oggetti che per la maggior parte del tempo non usiamo, e che quindi sarebbe uno spreco di risorse – monetarie e naturali – se li comprassimo tutti. Un sistema di condivisione che in parte riproduce quello già tipico delle famiglie, in cui la macchina per la pasta della nonna viene prestata a figli e nipoti, o in cui la cugina appassionata di campeggio ha sempre un sacco a pelo o un fornello a gas per quando serve. Ma per chi si è trasferito in città da altre regioni o da altri paesi, questo sistema di sostegno viene a mancare, e un servizio come una biblioteca degli oggetti diventa ancora più utile.   

Nell’ottica di allungare il ciclo di vita degli oggetti, anche l’abitudine a riparare è fondamentale per risparmiare le preziose risorse naturali necessarie per costruire gli oggetti che compriamo. Per esempio i dispositivi elettronici e gli elettrodomestici, che spesso sono piagati dall’obsolescenza programmata – la riduzione artificiale della loro durata di vita – o da design che impediscono di sostituire facilmente alcune parti, come la batteria. 

RUSKO – Riparo Uso Scambio Comunitario è un repair café, un luogo di ritrovo per appassionati delle piccole riparazioni o semplicemente per chi non sopporta di gettare oggetti che possono essere recuperati. Nei laboratori organizzati dai volontari di RUSKO si impara a riparare apparecchiature elettroniche, computer, biciclette, ma anche a fare piccoli lavori di sartoria e di falegnameria, per allungare la vita di vestiti e oggetti d’arredamento.

“La quantità di prodotti perfettamente utilizzabili che viene distrutta è enorme. Ci vorrebbero almeno venti Second Life”, scherza Zeno Gobetti. Quindi ben vengano tutte le realtà che si occupano del riuso, dal negozietto di borse vintage al laboratorio di riparazioni di quartiere, fino alla buona vecchia abitudine di scambiare libri, oggetti e vestiti tra parenti e amici. 

 

Anna Violato – formicablu

Foto di copertina: Cottonbro/Pexels

 

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