Gli impatti – molto concreti – del cambiamento climatico sul nostro territorio


Stiamo vivendo un autunno stranamente caldo. Secondo i dati del Copernicus Climate Change Service, che monitora il clima nell’Unione Europea e nel resto del mondo, il settembre 2020 è stato il più caldo mai osservato; e lo stesso record è stato registrato anche ad ottobre.

Ma se il caldo record di quest’anno potrebbe essere un evento eccezionale, i dati mostrano che le temperature medie stanno lentamente salendo da anni. Il riscaldamento globale non è solo un rischio futuro da prevenire: è la realtà in cui viviamo oggi, di cui iniziamo a vedere gli impatti.

I dati presentati dal Profilo Climatico Locale di Bologna mostrano che già dal 1951 al 2011 le temperature in Emilia-Romagna sono aumentate in media di 0,3 °C ogni 10 anni, con un’accelerazione a partire dagli anni ’90. Il grafico qui sotto mostra il cambiamento della temperatura media annua nel periodo 1991‐2008 rispetto al periodo 1961‐1990, per le diverse zone della regione.

Fonte: BLUEAP Profilo Climatico Locale

 

Anche la città di Bologna ha seguito questa tendenza, anche se a volte con anomalie di magnitudine maggiore. Dal 1951 al 2011 gli inverni bolognesi sono diventati in media più caldi di 0,6 °C ogni 10 anni, portando a una riduzione dei giorni di gelo. Per contro, d’estate le ondate di calore sono diventate più frequenti e più lunghe, come mostra il grafico qui sotto: la linea gialla indica la durata – in giorni – delle ondate di calore nel corse degli anni.

Fonte: BLUEAP Profilo Climatico Locale

 

Secondo tutte le proiezioni, dal 2021 al 2050 le temperature aumenteranno: di 2,5 °C durante l’estate e di valori tra 1 e 2 °C durante le altre stagioni. Ma se guardiamo ancora più avanti, verso la fine del secolo, questo incremento diventa ancora più preoccupante: le temperature estive potrebbero aumentare di 5,5 °C, portando le massime medie attorno ai 35 °C, mentre nelle altre stagioni cresceranno di 3-4 °C.

Questa Bologna di fine XXI secolo avrà estati caldissime e sarà colpita da ondate di calore lunghe anche 10 giorni – quelle di oggi, già per molti insostenibili, durano al massimo 3 giorni.

«Proseguiranno le tendenze al riscaldamento in tutte le stagioni, proseguirà la tendenza alla diminuzione delle precipitazioni totali e la loro concentrazione nelle stagioni intermedie, con allungamento dei periodi senza pioggia in estate», scrive Vittorio Marletto, ex responsabile Osservatorio clima Arpae, nel rapporto pubblicato a ottobre da Legambiente (di cui abbiamo già parlato qualche settimana fa). «Precipitazioni più concentrate con clima più caldo generano maggiore rischio di eventi estremi quali supercelle temporalesche e fronti temporaleschi organizzati, con intensi rovesci, grandi colpi di vento e forti grandinate. Il riscaldamento dei mari a fine estate incrementa il contenuto di umidità dei flussi perturbati e il maggiore rilascio di energia (fulmini, vento) e di pioggia, neve o grandine a seconda delle stagioni».

Assieme alle temperature, infatti, sta cambiando anche la quantità di precipitazioni (pioggia e neve) su Bologna e su tutta la regione. Gli inverni, le primavere e le estati stanno diventando un po’ meno piovosi, con periodi di siccità più lunghi in estate. E anche se nel corso dell’anno la quantità media di precipitazioni e di giorni di pioggia rimane simile al passato, a diventare sempre più frequenti sono gli eventi estremi come le trombe d’aria, le alluvioni e le grandinate.

Sono le alluvioni a preoccupare particolarmente gli esperti, perché il loro aumento mette a rischio un equilibrio già precario: l’Emilia-Romagna è la regione italiana a più alta superficie esposta a pericolosità idraulica rilevante, secondo il rapporto 2018 dell’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sul dissesto idrogeologico. E se questa particolarità è dovuta alle caratteristiche naturali – morfologiche e geologiche – del territorio, la crescita delle aree urbanizzate e la riduzione di quelle naturali attorno ai fiumi aumenta il fattore di rischio.

Sempre secondo il rapporto di Legambiente, nell’ultimo decennio le alluvioni con portata straordinaria si sono succedute con frequenza preoccupante, causando enormi danni. Solo le 4 alluvioni più gravi del 2014 hanno causato danni per oltre 500 milioni di euro. Inoltre, si legge nel rapporto, «nel 2017 abbiamo assistito ad una crisi idrica dagli effetti drammatici e raggiunto il record massimo di temperatura registrata; nel 2019 si è avuto il maggio più piovoso dal ’61; l’inverno 2019-20 è stato praticamente assente».

La regione Emilia-Romagna si è dotata nel 2011 di un Piano di Gestione del Rischio di Alluvioni, che prevede una continua verifica e revisione delle mappe della pericolosità e del rischio del territorio; comprendono le alluvioni legate ai corsi d’acqua naturali, quelle della rete di canali artificiali e le inondazioni marine (che colpiscono la costa della regione in modo particolare, rispetto al resto del paese).

A essere vulnerabili alle alluvioni sono le persone, con i loro beni e le abitazioni, ma anche le attività economiche. La consapevolezza degli impatti dei cambiamenti climatici e delle strategie di gestione del rischio però è ancora scarsa, in particolare tra le attività produttive. Tra i progetti citati da Legambiente c’è Life DERRIS (un acronimo che sta per DisastEr Risk Reduction InSurance), che ha sviluppato uno strumento di autovalutazione del rischio climatico pensato per le piccole e medie imprese. Life DERRIS ha sperimentato un modello di partnership tra le assicurazioni e gli enti locali, per promuovere la prevenzione dei rischi legati ai cambiamenti climatici e rendere le imprese più resilienti. Dopo un primo pilot a Torino, il progetto è stato replicato in altri enti locali sul territorio, tra cui Bologna.

Un altro progetto nato per aumentare la resilienza delle imprese è Life IRIS, che ha condotto due sperimentazioni in aree industriali delle province di Modena e di Ferrara: l’obiettivo è analizzare i fattori di rischio specifici di ogni area, per identificare una serie di azioni e creare un Piano di Adattamento. L’area industriale di Monforto in provincia di Modena, per esempio, è risultata particolarmente a rischio di inondazioni e di ondate di calore: la serie di azioni da attuare in risposta a questo problema include la costruzione di un bacino inondabile, di aiuole a bordo strada per intercettare l’acqua piovana, la sostituzione dell’asfalto dei parcheggi con pavimentazioni drenanti e l’uso, come manto di copertura dei capannoni, di materiali “freddi” con un alto indice di riflettanza solare (cioè che riflettono in modo molto efficace la luce e il calore del Sole).

Progetto per la realizzazione di un bacino inondabile con percorso pedonale in quota, accessibile anche nei giorni di massima piena. Fonte: Life IRIS, progetto di paesaggio di Phytolab.

 

Per sperimentare nuove strategie di adattamento è nato anche Life RainBO, di cui il Comune di Bologna è partner. Life RainBO ha sviluppato un software per raccogliere i dati sulle precipitazioni, i modelli idrologici e quelli del terreno per cercare di prevedere in modo più accurato l’impatto delle piogge. L’obiettivo è avere uno strumento utile sia in tempo di pace, per la pianificazione del territorio, sia per la gestione durante gli eventi estremi. 

Casi di studio come questi hanno un ruolo chiave per la ricerca. Infatti, il clima sta cambiando su tutto il pianeta, ma le strategie di adattamento devono essere studiate a livello locale. Sono le caratteristiche locali del territorio, la portata dei fiumi, la densità della popolazione e delle attività produttive, la cementificazione e le aree verdi che devono essere prese in considerazione per pianificare strategie di adattamento davvero efficaci e sostenibili.

Secondo l’IPCC, l’organo delle Nazioni Unite che studia lo stato della ricerca sul cambiamento climatico, entro il 2100 il livello globale dei mari potrebbe crescere tra i 29 e i 110 cm (in base alla gravità degli scenari), ma questi valori – medi – assumono un significato diverso a livello locale. Secondo l’ENEA (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), sulle coste italiane potrebbe salire tra i 94 cm e i 145 cm. Tra le aree particolarmente a rischio c’è l’Alto Adriatico, in cui entro la fine del secolo la costa potrebbe indietreggiare di molti chilometri. Ad aumentare il fattore di rischio ci sono fenomeni come la subsidenza del terreno e l’erosione costiera, aggravati dalle attività umane. Il progetto SaferPLACES ha studiato la costa di Rimini per capire come far fronte a questo problema e costruire una comunità più sicura e resiliente. In particolare, ha partecipato alla progettazione del Parco del Mare, un piano di riqualificazione ambientale della zona di Rimini sud che prevede il ripristino della costa con un cordone di dune, paesaggio naturale tipico delle coste adriatiche, che funziona da barriera naturale contro l’avanzamento del mare.

 

Anna Violato – formicablu

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